Le popstar non vogliono più andare in tour? Benvenuti nell’era delle residency

Il modo di vivere i concerti delle grandi popstar sta cambiando. Sempre più artisti stanno mettendo in discussione il classico modello del tour mondiale, fatto di decine di città, spostamenti continui e mesi trascorsi lontano da casa.

Al suo posto sta prendendo sempre più spazio un format già conosciuto nel mondo della musica elettronica: la residency. Pochissime città, molti concerti nello stesso luogo e produzioni sempre più spettacolari.

Il caso più interessante del momento è quello di Harry Styles, ma non è l’unico artista ad aver scelto questa strada.

Harry Styles e il nuovo modello di tour

A settembre 2026, a Roma, sono comparsi alcuni misteriosi cartelloni caratterizzati da faccine stilizzate e dalla data del 10 settembre. La stessa grafica è stata avvistata anche a Berlino, Dublino, Madrid, Los Angeles, Phoenix e Toronto.

Il riferimento sembra essere collegato al profilo Instagram @togethertogether27 e al progetto Together, Together Tour di Harry Styles, alimentando le ipotesi di un possibile annuncio di nuove date europee, comprese quelle italiane, per il 2027.

Ma più che il possibile annuncio, è il modo in cui Styles sta affrontando il suo attuale tour a raccontare qualcosa di importante sul futuro della musica dal vivo.

Partito lo scorso maggio da Amsterdam, il Together, Together Tour ha infatti ridotto drasticamente il numero delle città rispetto a quello che ci si aspetterebbe da una grande popstar internazionale.

Le tappe sono soltanto sette: New York, Amsterdam, Londra, San Paolo, Città del Messico, Melbourne e Sydney.

A Londra Styles ha inoltre stabilito un record con dodici concerti consecutivi a Wembley, mentre al Madison Square Garden di New York sono previste ben trenta date, distribuite tra mercoledì, venerdì e sabato fino alla fine di ottobre.

“Così lo spettacolo è migliore”

La scelta non sarebbe soltanto una questione organizzativa.

Ospite dello show di Zane Lowe su Apple Music 1, Harry Styles ha spiegato che questo modello permette di migliorare lo spettacolo e, allo stesso tempo, di prendersi maggiormente cura di sé e della propria band.

Restare più a lungo nella stessa città significa infatti ridurre drasticamente gli spostamenti e rendere meno estenuante la vita on the road, con conseguenze positive anche per le famiglie delle persone coinvolte nella produzione.

Una scelta che potrebbe rappresentare un nuovo equilibrio tra la necessità di esibirsi davanti a milioni di fan e quella di mantenere una vita sostenibile lontano dal palco.

Bad Bunny aveva già anticipato il cambiamento

Harry Styles non è però il primo artista ad aver sperimentato questo modello.

Nell’estate del 2025 Bad Bunny aveva scelto di esibirsi per 31 serate consecutive a San Juan, sua città natale.

Quello che inizialmente poteva sembrare semplicemente un lungo ciclo di concerti si era trasformato in qualcosa di molto più grande, diventando anche un progetto legato all’identità culturale, politica ed economica di Porto Rico.

Nel 2026 l’artista ha continuato a utilizzare, almeno in parte, lo stesso approccio, alternando singole date a veri e propri blocchi di concerti: otto spettacoli a Città del Messico, dieci a Madrid e tre a Buenos Aires.

Rosalía racconta il lato più difficile dei tour

Non tutte le popstar, però, hanno scelto di abbandonare il tradizionale tour itinerante.

Rosalía, per esempio, sta portando avanti il suo LUX Tour 2026, con decine di concerti tra Europa, Nord e Sud America.

La cantante spagnola ha però raccontato apertamente quanto possa essere pesante la vita da tournée.

In una puntata della sua newsletter su Substack, Rosalía ha descritto la fatica fisica e mentale legata a mesi, o addirittura anni, trascorsi spostandosi continuamente da una città all’altra.

La difficoltà di creare legami con un luogo, le notti trascorse in lacrime, i problemi di dissociazione e alcuni malesseri fisici hanno portato l’artista a una considerazione molto semplice: la vita nomade non è per tutti.

Ed è proprio qui che il modello delle residency potrebbe trovare una delle sue ragioni più forti.

Il grande vantaggio è anche economico

Dietro questa trasformazione c’è naturalmente anche un importante fattore economico.

Organizzare più concerti nella stessa città permette di ridurre sensibilmente i costi di produzione di un tour.

Una tournée tradizionale richiede infatti spostamenti continui di persone, strumenti, scenografie, impianti audio, luci e strutture. Ogni cambio di città significa smontare e rimontare un gigantesco spettacolo.

Con una residency, invece, gran parte di questa macchina rimane nello stesso posto.

Lo staff continua a lavorare, ma vengono ridotti i costi legati a trasporti e allestimenti quotidiani.

Omar Al-joulani, che si occupa di organizzazione dei tour per Live Nation, ha spiegato al New York Times che gli spettacoli più lunghi permettono inoltre di creare allestimenti molto più ambiziosi, difficili da realizzare quando l’intera produzione deve essere spostata continuamente.

Quando il concerto diventa un’esperienza

La residency non significa quindi semplicemente fare lo stesso concerto per più sere consecutive.

Può diventare un modo per trasformare l’intero spettacolo in una vera esperienza immersiva.

Un esempio arriva proprio da Harry Styles.

Durante la sua prima residency al Madison Square Garden, nel 2022, l’artista aveva trasformato l’arena in un omaggio al suo album Harry’s House.

Nei corridoi erano state allestite installazioni fotografiche a tema, mentre ai fan venivano distribuite cartoline personalizzate. Anche il menù di cibi e bevande era stato progettato appositamente per l’occasione.

Un livello di personalizzazione molto più difficile da ottenere quando una produzione deve spostarsi ogni pochi giorni da una città all’altra.

Perché oggi conviene concentrarsi sulla fanbase

Secondo Robert Levine, giornalista di Billboard USA specializzato nell’economia della musica dal vivo, in passato erano soprattutto le case discografiche a spingere gli artisti verso tour con molte tappe internazionali.

L’obiettivo era raggiungere mercati differenti e permettere alla musica di conquistare anche Paesi e città più piccoli.

Oggi lo scenario è cambiato.

Internet, streaming e social network hanno reso possibile per un artista costruire una fanbase globale senza necessariamente dover visitare ogni mercato fisicamente.

Per questo motivo può diventare più conveniente concentrarsi sulle città dove esiste già un pubblico enorme e disposto a comprare più biglietti.

Il risultato è un modello nel quale pochi luoghi diventano veri e propri poli musicali, capaci di attirare fan anche da altri Paesi.

Ibiza lo fa da anni

E qui arriva il collegamento più naturale con il mondo della musica elettronica.

Per il pop, le residency rappresentano una tendenza relativamente recente. Per la dance music, invece, sono una realtà consolidata da decenni.

Il miglior esempio è proprio Ibiza.

Sull’isola, i principali club organizzano da anni stagioni nelle quali lo stesso artista torna a esibirsi settimana dopo settimana sullo stesso palco, per un periodo prolungato.

Il DJ diventa così il protagonista di una vera e propria residency, spesso affiancato da ospiti scelti direttamente da lui.

Calvin Harris e la doppia residency a Ibiza

Il caso più evidente nel 2026 è quello di Calvin Harris, protagonista addirittura di una doppia residency settimanale a Ushuaïa Ibiza.

Il DJ britannico è infatti in programma ogni martedì e venerdì, confermando quanto il modello della residency sia ormai parte integrante dell’economia della musica elettronica.

Quello che oggi sta conquistando le grandi popstar, insomma, a Ibiza è già una tradizione.

E forse il futuro dei concerti potrebbe essere proprio questo: meno chilometri, più date e spettacoli sempre più grandi nello stesso posto.

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